La “Compagnia Italiana dei Servizi Telegrafici Sottomarini” (1921). Il 16 marzo 1925, al termine dei complessi lavori eseguiti dalla "Città di Milano" — la règia nave posacavi della Marina Italiana — fu inaugurata ad Anzio la stazione del cavo telegrafico sottomarino. Realizzata dalla Pirelli, l'infrastruttura permetteva finalmente di collegare direttamente l’Italia a New York, attraverso un innesto con il cavo transoceanico proveniente dalle Azzorre. Pochi mesi dopo, il 12 ottobre, fu la volta del collegamento destinato a unire l’Italia ad Argentina, Brasile e Uruguay, nazioni che ospitavano migliaia di emigranti italiani.
Quell'evento segnò l'alba dello sviluppo internazionale delle telecomunicazioni italiane, affidate alla "Compagnia Italiana dei Cavi Telegrafici Sottomarini", meglio nota come "Italcable". Fondata nel 1921 in Sud America dall’ingegnere aronese Giovanni Carosio nato nel 1876 e deceduto nel 1959, la società nacque con capitale interamente italiano, raccolto sia in patria che in Argentina. Risulta emblematico che, su un capitale sociale di 200 milioni di lire, ben 100 milioni fossero costituiti dalle piccole quote sottoscritte dai nostri emigrati in America Latina, mossi dal profondo desiderio di comunicare con la terra d’origine.
Sia la stazione dell'Italcable che il punto di approdo del cavo furono posti sotto la stretta vigilanza della Règia Guardia di Finanza. I finanzieri assicurarono, anche via mare, che la zona restasse interdetta a imbarcazioni da pesca, turisti o curiosi, data l'importanza strategica e militare dell'area. L’apertura della stazione esaudiva un sogno lungamente inseguito: garantire comunicazioni dirette e indipendenti con le Americhe, dove da decenni risiedevano milioni di connazionali.
A tale ambizioso progetto aveva lavorato anni prima anche Guglielmo Marconi. Già nel 1904, il futuro Premio Nobel aveva tentato invano di convincere il governo argentino a finanziare un avveniristico "ponte telegrafico" senza fili tra l'Italia e il bacino del Rio de la Plata. Nonostante Marconi — allora a capo della “Marconi’s Wireless Telegraph Company” — avesse ottenuto dal Parlamento italiano i fondi per una potente stazione radiotelegrafica presso Pisa a Coltano, la Direzione Generale delle Poste argentina respinse la proposta. La motivazione fu di natura economica e cautelativa: l'impianto era ritenuto troppo oneroso e la tecnologia del "senza fili" a grande distanza ancora non sufficientemente collaudata per giustificare un investimento di 2,5 milioni di lire. Tuttavia, seppur con anni di ritardo, quel sogno si avverò grazie alla sinergia tra le comunità italo-americane di Buenos Aires, Rio de Janeiro e Montevideo e le istituzioni romane.
Al centro di questa epopea brilla la figura di Giovanni Carosio, un uomo che incarnò l'eccellenza dell'ingegno italiano nel mondo. Laureatosi al Politecnico di Zurigo, Carosio non fu solo un tecnico sopraffino, ma un vero titano dell'imprenditoria transoceanica. Dotato di una lungimiranza fuori dal comune e di una rara capacità di tessere relazioni tra due continenti, seppe trasformare la necessità affettiva degli emigrati in un progetto industriale di portata globale. La sua dote più grande fu la capacità di coniugare il pragmatismo ingegneristico con una profonda sensibilità patriottica: egli non cercava solo il profitto, ma la dignità di un'Italia capace di competere con le potenze mondiali. Fondatore di colossi elettrici come la "CIAE" in Argentina, Carosio mise il suo prestigio e la sua instancabile energia al servizio del progresso, diventando l'architetto di un ponte invisibile ma indistruttibile tra l'Italia e le sue "altre Italie" oltreoceano.
La "Compagnia..." vide la luce il 9 agosto 1921 grazie all’apporto finanziario di una cordata italo-argentina e all'instancabile intraprendenza di Carosio. Giunto a Buenos Aires nel 1900, l'ingegnere novarese assunse rapidamente la guida di importanti società elettriche locali. Grazie alla sua abilità diplomatica, egli agì da tramite tra i governi di Roma e Buenos Aires per mettere in opera il primo cavo sottomarino transatlantico autonomo. Il 3 febbraio 1923, la Compagnia (che nel 1924 assunse il nome di “Italcable – Servizi Cablografici Sottomarini”) ottenne dal governo la concessione definitiva, eliminando la necessità di transitare per il Nordamerica.
La realizzazione di questo ponte sottomarino rappresentò una sfida ingegneristica senza precedenti per l'industria nazionale. Il cavo, cuore pulsante del sistema, fu commissionato alla Pirelli, che per l'occasione impiegò tecnologie d'avanguardia per garantire l'isolamento e la resistenza alla pressione degli abissi. L'anima conduttrice in rame era avvolta in strati di guttaperca, una resina naturale capace di preservare l'integrità del segnale elettrico in ambiente marino. Questa protezione interna veniva ulteriormente rinforzata da una corazza di fili d'acciaio e strati di juta catramata.
Il braccio operativo dell'opera fu la nave posacavi "Città di Milano". Sotto la guida dell'ingegner Emanuele Jona, uno dei massimi esperti mondiali del settore, la nave operò come una vera officina galleggiante. Ad Anzio, la "Stazione" non era un semplice terminale, ma un sofisticato centro di ricezione e rilancio dei segnali. Poiché il segnale elettrico, percorrendo migliaia di chilometri, giungeva estremamente debole, venivano impiegati strumenti di una sensibilità estrema, come il galvanometro a specchio e i sifoni scriventi, in grado di tradurre le flebili variazioni di corrente in messaggi leggibili. Negli anni Trenta, l’Italcable abbracciò anche la radiotelegrafia a onde corte, che fungeva da fondamentale "backup" in caso di guasti sottomarini.
Con l'avvicinarsi del secondo conflitto mondiale, la stazione di Anzio mutò la sua natura in obiettivo militare di primaria importanza, rappresentando il "sistema nervoso" dei collegamenti dello Stato Maggiore. Durante la guerra dei cavi (cable cutting), quando i collegamenti fisici vennero interrotti, l’Italcable dovette far affidamento sulle sue potenti stazioni radio di Torrenova e Acilia. Gli ingegneri implementarono sistemi di cifratura meccanica e telotipica per proteggere i messaggi dalle intercettazioni nemiche, mantenendo aperto il contatto vitale con le legazioni italiane nel mondo.
L’Italcable implementò trasmettitori a onde corte (HF) di straordinaria potenza con valvole termoioniche di grandi dimensioni che richiedevano complessi sistemi di raffreddamento ad acqua. Fondamentale fu l'adozione della modulazione a spostamento di frequenza (FSK) per le trasmissioni telescriventi, che riduceva drasticamente gli errori causati dal fading. Venivano impiegate le celebri Antenne Rhombic (Rombiche), strutture colossali lunghe centinaia di metri, studiate per concentrare l'energia elettromagnetica verso Buenos Aires o New York sfruttando la riflessione della ionosfera.
Mentre i primi rigeneratori Muirhead di Anzio erano capolavori di orologeria, i sistemi degli anni ’70 e ’80 divennero templi dell'elettronica lineare e digitale. In un cavo sottomarino coassiale, il segnale si attenua esponenzialmente con la distanza secondo la legge:
Per compensare questa perdita, l'Italcable schierava lungo il fondale dei ripetitori analogici (immersi in contenitori stagni di berillio e rame capaci di resistere a 600 atmosfere). Con il passaggio alla trasmissione digitale, il "ripetitore" divenne un vero rigeneratore basato sulle "3R": Re-shaping, Re-timing e Re-generating.
Italcable fu tra i pionieri della tecnologia satellitare al Centro del Fucino e gestì il leggendario "Servizio 170", dove le operatrici costruivano manualmente il ponte fonico mondiale. Negli anni '80 iniziò la rivoluzione della fibra ottica. I tecnici di Acilia affrontarono la sfida della dispersione cromatica nelle fibre monomodali. I trasmettitori laser operavano a lunghezze d'onda di 1310 nm o 1550 nm. La potenza ottica veniva modulata tramite modulatori esterni al Niobato di Litio (LiNbO3), permettendo velocità di trasmissione nell'ordine dei Gigabit al secondo.
Durante la Guerra Fredda, Acilia protesse i dati con sistemi di crittografia a flusso e protocolli di instradamento dinamico per evitare l'intercettazione dei cavi. Negli anni '90, con i cavi TAT-9 e la rigenerazione ottica EDFA (Erbium Doped Fiber Amplifier), Acilia divenne il gateway d'Italia verso il Web mondiale: ogni "clic" fatto dai pionieri del web italiano passava fisicamente per i router e i terminali di linea dell'Italcable.
Raccontare la storia dell'Italcable non significa soltanto elencare date, brevetti o chilometri di cavo posati negli abissi. Significa narrare l’anima di un’Italia che, con il coraggio della sua intelligenza e la forza della sua emigrazione, ha saputo farsi ponte tra i mondi. È la storia di un orgoglio nazionale che non cercava il clamore, ma la perfezione; un orgoglio custodito nel silenzio operoso delle sale macchine di Acilia e nelle stazioni isolate dove il mare incontra la terra.
Chi ha avuto il privilegio di varcare i cancelli di quella "Cittadella delle Comunicazioni", chi ha sentito il calore delle valvole termoioniche e il ronzio dei primi flussi digitali, sa che l'Italcable non era una semplice azienda. Era una famiglia di tecnici, sognatori e pionieri che parlavano con il mondo intero quando il mondo era ancora vasto e sconosciuto. Essere stati parte di questa storia significa portare addosso il marchio di un’eccellenza che non temeva il confronto con i giganti d’oltreoceano, perché l’ingegno italiano, alimentato dal desiderio di unire ciò che il mare divideva, non aveva confini.
Oggi, mentre i segnali viaggiano in tasca a chiunque, resta il dovere della memoria. Non dobbiamo permettere che la polvere del tempo nasconda il valore di quegli uomini e di quelle macchine che hanno fatto grande l'Italia delle telecomunicazioni. Questo scritto non è un punto di arrivo, ma un porto aperto.
Invitiamo chiunque abbia vissuto quegli anni, chiunque conservi nello scrigno dei ricordi una fotografia ingiallita, un manuale tecnico, un aneddoto di vita vissuta tra i rack di Acilia o nelle notti di guardia ad Anzio, a contribuire. Ogni storia, ogni volto e ogni dettaglio tecnico salvato dall'oblio è un tassello che restituisce luce a questo mosaico straordinario. Perché Italcable non è solo un nome su un vecchio documento: è il battito elettrico di un'Italia che ha saputo parlare al futuro.